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Esperia: un secolo sul Po

La storia della Società Canottieri di corso Moncalieri 2 si intreccia con quella della città che si è sviluppata sull’altra sponda del fiume. Dalla prima riunione dei 26 baffuti «baldi figli del vecchio Eridano» ai 500 soci di oggi: un piccolo mondo ricco di memorie.

Cento anni sul Po. Come a dire un lungo tratto della storia di Torino vista dal suo fiume. E quella vissuta dalla Canottieri Esperia, la società fondata il 30 maggio 1886 da un gruppo di amici del remo che in questi giorni è impegnata a degnamente celebrare il glorioso anniversario.

L’Esperia conta oggi 500 soci. I «baldi giovani» che il 31 agosto del 1885 tennero nel sottopiano della Birraria della Borsa la prima adunanza preparatoria «allo scopo di promuovere – come precisa lo statuto – l’istruzione ginnastica del canottaggio e servirsi del locale come gradito ritrovo» erano 26. Una pergamena ingiallita ne conserva i nomi: Actis Paolo, Appiotti Angelo, Austa Giovanni, Bevilacqua Edoardo, Borotti Leone, Bozzetti Dionigi, Cattaneo Antonio, Cattaneo Edoardo, Cavallo Celestino, Cavallo Uberto, Desclos Marcello, Gaetini Vittore, Lorenzetti Ludovico, Marocco Federico, Merle Francesco, Mosso, Mottura (mancano i nomi), Pistono Carlo, Pomero Lorenzo, Rigat Giuseppe, Rigat Onorato, Rogliatti Angelo, Rolando Tommaso, Ronchetti Vittorio, Tartra Antonio, Tiboldo Alberto.
A sfogliare lo statuto – un quadernetto a quadretti di mezza dozzina di pagine che l’età ha reso fragile come un fiore rinsecchito – non si può sfuggire a un’emozione intensa. Dalle righe vergate diligentemente a mano in inchiostro nero con svolazzi rossi sembra erompere la voce sempre giovane di quelle acque magiche che, ieri come oggi, nei giorni tumultuosi e nei giorni sereni, giocano da protagoniste sul palcoscenico della vita cittadina raccogliendone gli umori e i messaggi per subito cancellarli e far posto ai nuovi in una continua ansia di mutazione.
Staccandosi dalla massa dei bougianen pantofolai che troppo spesso dimenticano di possedere un fiume, quelli dell’Esperia il fiume hanno scelto di tenerlo sempre negli occhi e soprattutto nel cuore. È un amico di cui conoscono il carattere e i comportamenti. E la familiarità è tanta che gli possono persino parlare in dialetto, sicuri di capire e di essere capiti.

Fieul dël Mônviso, tra la giassa e i roch | côme un bôn môntagnin d’ la testa dura,
chiel as fa anans decis, e, a poch a poch, | a domina, padrôn, nostra pianura.
Chissà mai da che temp! Vei come un croch, | a l’a vëdune d’ogni sort sicura:
l’à vist Turin a nasse toch për toch, rinôvé, | trafôrmè la sôa strutura.
(Alerame Pallavicino)

Dal Monviso, tra ghiacci e rocce, da buon montanaro caparbio il Po si fa avanti deciso e, a poco a poco, finisce per dominare da padrone la nostra pianura. Chissà da quanto tempo! Ne ha passate di ogni colore. Ha visto crescere Torino pezzo dopo pezzo, rinnovarsi, trasformarsi. Per quel fiume (siamo sempre lungo il filo della parole del poeta), i torinesi nutrono deferenza e simpatia; ma tra loro c’è anche chi non sa farne senza. 
Sono i renaioli che lo dragano e i barcaioli (riuniti in Società di mutuo soccorso con sede in corso Moncalieri 45), i pescatori, le lavandaie dal cuore tenero e, naturalmente, i canottieri, «i bravi figli del grande e vecchio Eridano», come li chiamano le cronache del tempo, distribuiti in quattro associazioni dai nomi suggestivi, Cerea, Armida, Caprera, Esperia. 
Di quel piccolo mondo antico che la poesia scritta ai primi del Novecento rievoca, vivace e pittoresco, punteggiato da feste, sfilate, ai ritmi della Musica del Regio Parco diretta dal M° Cavallazzi, premiazioni, scambi di «bellissimi mazzi di fiori», inni dialettali, i soli rimasti, tali e quali nello spirito, sono i canottieri. 
E non è certo privo di significato il fatto che proprio nella sede dell’Esperia, in corso Moncalieri 2, una decina di anni fa sia nato, sotto la guida di un socio, allora presidente, Gianni Romanini, e operi tuttora alacremente, quel Comitato per la rivalutazione del Po che, con la sua rivista semestrale, è forse la voce più valida della rinnovata attenzione e della volontà di ricupero.
Decenni di trascuratezza collettiva e di manomissioni ambientali avevano fatto del Po – disse Gian Piero Vigliano alla mostra «Progettare il fiume» che si tenne nel 1984 al Castello del Valentino «una cloaca a cielo aperto in cui vengono immesse ogni sorta di immondizie». 
Come considerare quello sporco bacino una palestra da diporto? Affollatissimo sino agli anni Sessanta, il Po fu rapidamente disertato e il parco dell’Esperia di ben 90 imbarcazioni si ridusse a poche unità. 
A mantenere ostinatamente il dialogo con quelle acque dimenticate erano rimasti soltanto i canottieri. Ed ecco che da un paio di anni, dopo l’entrata in servizio del collettore al Sangone e la legge Merli per il controllo degli scarichi, la voglia della barca è tornata e ricomincia a contagiare i torinesi. E si rifanno vivi anche i pesci.

«Oggi – dicono il segretario Giovanni Stroppiana e il consigliere Mario Cantaluppi – la nostra speranza segreta è tornare a fare i bagni davanti alla nostra sede, come un tempo, magari tuffandoci proprio dalla terrazza su cui stiamo passeggiando e sulla quale, ai tempi felici dell’acqua pulita avevamo sistemato un trampolino. E rivedere questo incantevole panorama di acque vive che corrono a perdita d’occhio dietro i rami penduli della nostra vecchia betulla disseminate da una folla di canotti da turismo. È una speranza che coltiviamo per noi, da trasmettere ai nostri figli perché l’Esperia deve essere soprattutto una comunità di giovani. Per noi i giovani sono infatti una tradizione sociale».

Ad ascoltarli, questi veterani del fiume, ci si dimentica della realtà fuori dallo steccato verde che circonda la palazzina e i suoi campi di gioco. Nell’interno, nel vasto salone di ritrovo dove deliziose angoliere di legno laccato custodiscono centinaia di coppe e medaglie e il giallo squillante delle pareti è costellato da preziosi stendardi ricamati, l’atmosfera è idillica, cristallizzata.
Raccontiamola dunque, con l’aiuto dei trofei e delle sbiadite fotografie e cartoline postali, la storia di questo sodalizio di figli del Po sopravvissuto a cento anni di stravolgimenti cittadini.

Dopo la riunione in birreria della fine di agosto 1885, in cui era nata l’Unione Dilettanti Canottieri, nove mesi di sedute (una dozzina) passano nella compilazione dello statuto e nella distribuzione dei compiti e delle cariche provvisorie tra i soci (quota 6 lire al mese). Tra essi benvenute siano le donne. E sin da allora gli equipaggi femminili agguerriti e intraprendenti, diventano uno dei fiori all’occhiello di questa congregazione immune da maschilismo.
Il locale da usare come «gradito ritrovo» viene affittato per 800 lire l’anno nell’area del «Premiato stabilimento industriale Fratelli Diatto (carrozze per uso privato e materiale per ferrovie e tramvay)» in via Moncalieri, lungo quella «oltrepadana collina d’aria salubre (cosi la descrive una guida dell’epoca), vitifera e fruttifera, lietissima di romantici passeggi», ai piedi del «collicello quasi ad isola detto il Monte, ove ha un convento di Cappuccini».
La generosità di un certo «sig. Marinetti» dota lo châlet di una torre a due piani con terrazza per alloggiare il guardiano. A poco a poco la sede si arreda di un sofà, 30 sedie, una tavola grande, 6 tavolini, 2 quardarobe, 7 tende di tela juta, un pianoforte a noleggio per il ballo, che tra divertimenti è il preferito dai torinesi. Si provvede anche al buffet, che sarà poi oggetto di tempestose sedute degli amministratori costretti a battersi contro la morosità di molti soci.
E le barche? I fondatori si affrettano ad acquistare per 400 lire dalla Cerea, che si impegna a formare i futuri istruttori, due canoe per esercitazioni e da corsa. Il parco viene via via arricchito da donazioni e compere e all’inaugurazione potrà allineare l’ammiraglia «Esperia», due veneziane (Armida e Caprera), due jole da passeggiata (Cerea e Celeste), due canoe (Vittorio Emanuele Il ed Eridano), due sandolini (Teto e Plucio). Ad essi si aggiungerà, ai primi dell’87 una canoa da corsa dell’esorbitante costo di 950 lire per la quale si fu costretti a emettere delle azioni a rimborso che divennero una spina dolente nel bilancio. Di questa vamp si conserva un evanescente ritratto scattato per il campionato juniores del 1890. «La Savoia!!!» con tre esclamativi, dice la didascalia.
E mentre i «dilettanti canottieri» si allenano, incuranti di pioggia o nebbia, dalla seduta del 29 marzo 1886 (34 votanti), tra molti proposti tra cui Egesta, L’ancora, Torino, Nautilus, esce il nome che da cento anni contraddistingue la società: Esperia.
A voler inserire in una più vasta cornice quel vivace capitolo di vita cittadina, si scopre una Torino scossa da un elettrizzante fervore di rinnovamento.
Nel marzo del 1885 il Consiglio comunale presieduto dal conte di Sambuy aveva deciso lo sventramento delle vecchie catapecchie per far posto alla moderna «diagonale», la via dedicata a Pietro Micca a cui si porrà mano sin dai primi giorni del luglio dell’anno seguente. 
Il 27 dicembre è di scena il Monte dei Cappuccini che inaugura la sua funicolare progettata dall’ingegner Ferretti. 

Venti giorni dopo si apre il ponte di ferro sulla Dora (l’odierno ponte di corso Tortona) e a marzo dell’86 per carnevale, con un’ardita sfida commerciale ai vini francesi, si allestisce per la prima volta in piazza Carlo Alberto la Mostra enologica per lanciare dal capoluogo subalpino i vini di tutto il Piemonte.

Il primo aprile esperimento di illuminazione elettrica sotto portici di via Po e di via Roma con le lampadine di Alessandro Cruto, un modesto emulo di Edison che vive a Piossasco. E subito sfavillanti fanali si accendono in via Garibaldi e in piazza Statuto. 
È primavera, stagione di baldanze sportive e di frenesia di competizioni che chiamano a raccolta i torinesi appassionati di ogni genere di «attività ricreative»: il pallone che si gioca sotto il bastione orientale del Giardino del re o sotto le mura della Cittadella; il trincotto (o pallacorda) e le «boccie», grosse palle di busso che avevano il loro tempio nello sferisterio di via Cigna demolito due anni fa di cui si doterà sin dall’estate ’87 anche l’Esperia dando inizio a una nuova possibilità agonistica di largo successo.

Anche le corse ciclistiche furoreggiano in quella fine di secolo offrendo alla real Casa occasione di popolarità. Il 2 maggio se ne svolge una dal Veloce Club Torino al Ciclodromo di corso Dante patrocinata dal Duca d’Aosta. 

Il 15 maggio, quasi ad annunciare l’esordio del nuovo intraprendente club fluviale, esce il primo numero del giornale «Il Po» compilato dagli avvocati Armandi e Stella. L’inaugurazione della sede e dell’associazione avviene il 30 di maggio 1886. È finalmente la volta buona per sfoggiare in regate tra soci il sudato costume sociale cucito, scucito e per così dire ricucito, pezzo dopo pezzo, di seduta in seduta, come fanno fede i verbali: tutti d’accordo sul colore marron. Approvato anche il berretto rotondo alla Boccaccio con fascia marron. Ma l’ancora bianca sul petto sarà in seta o in lana? E che linea avrà? In fondo alla maglia c’era una fascia bianca: che sia tosto abolita. E provvediamoci anche di giubba come suggerisce il socio Cattaneo che accetta il pagamento a rate di 50 centesimi la settimana. Ma già due anni dopo quella tenuta messa assieme con tanto infuocato discutere appare sorpassata e inelegante.

Nel giugno del 1888 si vara dunque un nuovo modello di divisa: maglia bianca con bordo superiore e inferiore blu, con la scritta «Esperia» in corsivo; calzoni bianchi di tela o flanella; calze blu lunghe per calzoni corti; berretto a mandolino a strisce bianche e blu e per le parate bianco con ala di cuoio nera, àncora e sottogola.
Vestivamo alla canottiera: la divisa è garanzia di prestigio. Ma il baldanzoso comune denominatore di quegli scalpitanti campioni in maglietta – i Canôtie d’ l’«Esperia» – di cui è rimasta l’immagine, ammassati sulla scala a spirale della torretta, erano i baffoni a manubrio che ne sottolineavano la gagliardia, facendone quasi dei simboli della città avventurosa, indaffarata e tenera ai mustacchi, che abitava dall’altra riva.
Il rapporto tra la città, ancora al disotto dei 300 míla abitanti, e il suo fiume, a dar credito alle cronache contemporanee, è infatti intenso e vivacissimo.
Ecco il resoconto della «Gazzetta Piemontese» per le gare intersociali che si svolsero domenica 27 giugno 1886.

«La festa fu – non diciamo altro – una delle più belle, delle più gioviali, delle più simpatiche tra quelle a cui ci fu dato di assistere. E vorremmo parlare del canottaggio di Torino e della sua storia, che sarebbe interessante quant’altri mai; e vorremmo dire dei suoi scopi, oltre a quello del divertimento, che sono lodevolissimi; e vorremmo parlare delle numerose e fiorenti Società di Canottieri che hanno i loro splendidi châlets sulle pittoresche rive del Po e dei soci, fior fiore della cittadinanza, che vi prendono parte. Ma per oggi siamo condannati alla cronaca nuda e cruda della festa.
Le regate di ieri mattina furono fatte quasi alla chetichella dalle diverse società di canottieri torinesi: sono regate intersociali di preparazione e basta. Non pertanto alle 8½ antimeridiane le rive del vecchio Eridano erano gremite di spettatori. Perché, dobbiamo dirlo con compiacimento, i Torinesi hanno un vivo trasporto per i divertimenti di gusto elevato in generale e per le gare di sport in particolare. Nel piccolo padiglione eretto per gli invitati brulicava un mondo elegantissimo di belle signore e di avvenenti signorine la cui presenza deve aver contribuito a ringagliardire i campioni delle regate; come le castellane dovevano un tempo incitare alla vittoria i bei cavalieri antiqui».
Niente affatto contegnose, quelle gentildonne si sbracciavano a gridare «Forza, Giôanin; daie suta Luigin!»

Il fiume appariva gremito di barche e vaporetti di salvataggio tra cui si aggirava l’«Angelo Brofferio», il vaporino che assicurava agli ospiti un fresco delizioso e per il quale il proprietario signor Quagliotti nutriva l’ambizioso progetto di un servizio trasporto passeggeri e merci tra Torino – Carignano e Carmagnola.
A quella festa del fiume però l’Esperia non partecipò se non con qualche rappresentante in giuria. Era in lutto: uno dei fondatori, Vittorio Ronchetti, era morto improvvisamente e all’unanimità «per dare una dimostrazione del vivo affetto e dell’amicizia che tra i suoi membri esiste» decisero di rinunciare per quindici giorni al piacere di salire in barca e di indossare la divisa.
L’amicizia è sempre stata infatti, non meno della bandiera sociale (bianca con striscia diagonale e stella blu) il cemento di quella piccola comunità che da cento anni prospera, tra alti e bassi, sulla sponda destra del Po.
I pochi documenti rimasti nell’archivio testimoniano di stagioni fortunate ed esaltanti. Mentre sull’altra riva si comincia a progettare la cuspide che trasformerà la sinagoga in Mole Antonelliana (il 5 febbraio 1887 la Giunta comunale approva uno stanziamento di 40 mila lire) e, quasi dirimpetto all’Esperia, si inaugura il monumento al «Leone di Caprera» (6 novembre 1887), nello châlet accanto alla ciminiera della Diatto si susseguono regate, partite a bocce, feste danzanti, banchetti, manifestazioni benefiche e affollatissimi «pick nik» alle foci del Sangone con un bilancio rimpolpato dagli introiti delle scommesse sulle regate, come si scopre dai rendiconti del Totalizzatore accuratamente conservato tra i cimeli.
Non c’è da stupire. Dell’esteso e irruente interesse cittadino per le scommesse vuoi sulle regate, vuoi sul pallone elastico che si giocava allo Sferisterio, ha lasciato gustosa descrizione uno scrittore che proprio in quegli anni, come dicevano i giornali, «ha finalmente l scritto per i fanciulli il libro Cuore», uscito il 2 giugno 1886 e subito coronato da straordinario successo.
A quei «fanatici di ogni età e d’ogni stato, dal parrucchiere al banchiere, dal professionista decorato al rompicollo senza arte né parte», che lo spettacolo eccitava tanto da trasformarli nell’orchestra del gioco, accompagnata da una mimica a scatti e da un tramenio continuo di portamonete e di foglietti come nel salone della Borsa». De Amicis dedicò infatti alcune pagine di un suo poco noto ma delizioso libretto «Gli Azzurri e i Rossi» pubblicato undici anni dopo Cuore.

L’Esperia si era anche subito inserita nel folclore cittadino. Nel settembre del 1888, quando le fastose nozze della principessa Lætitia, figlia di Clotilde di Savoia e di Gerolamo Bonaparte, con il principe Amedeo duca d’Aosta, terzogenito di Vittorio Emanuele Il e vedovo di Maria Vittoria della Cisterna, trasformarono il cuore della città, dal fiume a piazza Castello, in un solo giardino (il tema era «Tutti i fiori ai Savoia») Torino indisse anche giostre nautiche e regate e l’Esperia fu sollecitata a prendervi parte.
Naturalmente dietro pagamento di lire 50 per le quali ci si affrettò ad aprire una sottoscrizione.

Il Rowing Club (precursore dell’attuale Federazione) alla cui costituzione, nel marzo del 1888, aveva partecipato anche l’Esperia, aveva intanto imposto alle regate maggior disciplina.
La prima clamorosa vittoria con la conquista del primo premio viene quell’anno stesso nella gara «Patronesse» a Pallanza (jole a 4 vogatori, Tavella, Quagliotti L., Quagliotti Ernesto, Quagliotti E., timoniere Quagliotti A.). Essa apre il periodo d’oro in cui si susseguirono eccellenti affermazioni nelle regate nazionali di Roma (canoa a due vogatori, 15 maggio 1890); Torino (4 vogatori, 22 giugno 1890); campionato di Pallanza (canoa a 2 vogatori e canoa a 4, 7 settembre 1890); regate internazionali di Pavia (canoa a 4 vogatori e outtriggers, 14 settembre 1890). Successi firmati da Tavella, Vagnone, Semadeni, Giordani Miro.
In diciassette anni (relazione di Federico Marocco) l’Esperia vince 42 primi premi, 43 secondi, 24 terzi tra cui si annoverano otto campionati d’Italia a Stresa, Pallanza e Bocca d’Arno e un campionato europeo per skiffs a Parigi (secondo premio).
Anni ruggenti, bruscamente interrotti dalla prima guerra mondiale a cui la società diede il suo triste contributo con sei caduti (quattro medaglie d’argento), due mutilati e sei feriti. Ma l’attività agonistica riprende subito con rinnovato impegno e altri nomi si iscrivono nell’albo dei campioni.
Celebrando il quarantennio, nella primavera del 1926 (l’anno che dà inizio al caso Bruneri – Canella), l’Esperia, di cui è presidente Ernesto Pioda, anche per venire incontro alle richieste sempre più numerose degli studenti, progetta un nuovo châlet con tutte le comodità moderne capace di 500 persone. Per costruirlo apre una sottoscrizione con obbligazioni di 200 lire l’una.
Sorgerà dove è ora, su area municipale, più a valle rispetto alla vecchia sede e sarà inaugurato nel 1929, dopo che l’Esperia si era fusa con la Società Ginnastica Torino (fondata nel 1844) assumendo la denominazione di Società Canottieri Esperia – Torino.
Della palazzina, firmata dall’ingegner Contardo Bonicelli, il volume «Guida all’architettura moderna di Torino» di Magnaghi, Monge e Re (Designer Riuniti Editori 1982) dice: «La gradevole palazzina grigia, con nitido impianto del suo volume, definito dalle falde del tetto in Eternit, di tono sobriamente mondano, molto più “club” che attrezzatura sportiva, molto più “country” che urbana, pare espressiva di una funzione che recentemente il fiume, nel suo degrado ecologico sembrava destinato a perdere e che ora ci si propone di ricuperare».
Di quegli anni è rimasta anche, documento singolare, una foto che mostra il divino Poeta raffigurato da un’enorme statua di legno a spasso sul Po in un barcone fiorito. Fu l’omaggio dell’Esperia al congresso della «Dante Alighieri».

Patetica eco della esuberante retorica del ventennio, quando nelle cerimonie alle autorità si offrivano in omaggio aratri (celebrazione dei cinquant’anni), davanti all’ingresso una pietra sormontata da un pennone venuto dal Vittoriale ricorda il motto dell’associazione dettato da Gabriele D’Annunzio: «Si spiritus pro nobis, quis contra nos?».
L’indomito spirito, di cui i soci si fanno vanto, li aiutò dopo la seconda guerra che aveva gravemente danneggiato sede e attrezzature, a riprendere l’attività agonistica sin dal ’46, sotto la guida del dottor Cartasegna. Nel ’48 i canottieri torinesi conquistarono il secondo posto nei Campionati italiani assoluti in doppio a Pallanza e presto annoverarono tra le loro file personalità insigni quali Saragat, Valletta e l’avvocato Alfredo Cottafavi, primo presidente onorario della Corte suprema di Cassazione.
Aperti i campi e la scuola di tennis e, nel 1968, il centro remiero giovanile, l’associazione, che oggi ha per presidente l’architetto Sandro Sassone, ha potuto svolgere un’attività sportiva sempre più vasta e qualificata indossando anche più volte la maglia azzurra per rappresentare l’Italia in incontri internazionali.

Ma a chi oggi oltrepassi da «forestiero» il cancello sempre aperto dalle 6 del mattino a mezzanotte, che da corso Moncalieri si intravede a malapena, al fondo di una stradina in discesa, l’Esperia riserba l’accoglienza discreta e riposante di un antico salotto sul fiume sordo ai rumori del traffico inquinante e ricco di memorie.
Come se l’atmosfera del passato con la sua schiettezza e i suoi slanci serpeggiasse ancora tra il verde degli alberi: platani, pini, magnolie, robinie, tigli, fagus, e quel liquidamber che con lo splendore della chioma rosseggiante ogni autunno sembra chiudere in bellezza la stagione delle gare.
Sono quasi tutti vecchi di sessant’anni, piantati quando sorse l’edificio, e in buona salute. C’era tra loro anche il più bell’olmo siberiano di tutta la città: quasi una gloria sociale. Ma tre anni fa una tubazione di metano lo ha ucciso.

Vittoria Sincero