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DAL PO AL TAMIGI
In barca a remi, in un mese, per la nostra Torino.
8/25 LUGLIO 2012

Da città olimpica a città olimpica.
Da Torino a Londra. Dal Po al Tamigi.

Questo breve racconto riassume in poche pagine un’esperienza speciale che, per chi l’ha vissuta, è stata (ed è ancora nel ricordo) una grande, emozionante avventura: raggiungere Londra, nel periodo delle XXX Olimpiadi Estive via fiume, attraversando l’Europa in 17 entusiasmanti, spesso complicate, tappe. Venti giorni, due imbarcazioni, per 13 atleti e numerosi accompagnatori che hanno fatto parte del team.
Un’idea nata raccogliendo l’eredità olimpica, che ha trasformato la nostra Torino in una capitale moderna della cultura e dello sport, e cresciuta via via nei mesi, alimentata dalla passione per il canottaggio, che proprio a Torino vanta una tradizione antica e rilevante.
Il canottaggio. Il nostro sport, significa fatica, dedizione, sforzo, sacrificio, tenacia, ma anche divertimento, spirito di gruppo, emozione, gratificazione.
E amicizia.
Sono stati questi gli ingredienti del nostro viaggio, della nostra esperienza, di questa sfida che, con poche parole e qualche foto rubata lungo il tragitto, abbiamo cercato di riassumere in questo piccolo volume.
Da Torino a Londra, dal Po al Tamigi.
Il nostro racconto: un omaggio alle città delle Olimpiadi, ai fiumi che le rendono dolci e aperte, ma soprattutto allo sport, al canottaggio, allo spirito che ci ha sempre animato, fatto di passione, intraprendenza e una dose di goliardica spensieratezza.

sabato 7 luglio
La partenza

È il momento di raccogliere le idee ed allestire i mezzi. Alcuni di noi si recano da Luigi Matteoli e recuperano le barche, provando l’ebbrezza di sperimentare, per primi, le imbarcazioni che verranno utilizzate nel raid. Altri si trovaro in Fiat e spostano i mezzi che ci vengono imprestati per il mese di luglio.
Altri ancora raccolgono quanto gli sponsor (Provincia, SPT, Nikon, Ferrino, Set Up Live, VMPress) hanno messo a disposizione, ondeggiando dai grissini e torcetti della Provincia ai sacchi neri della VMPress, alle fotocamere della Nikon, alle tende e materiale vario della Ferrino, ai gazebo, sedie e ricoveri della Set Up Live.
Per non trascurare la dotazione del Comune di Torino, con cui rappresentarla lungo il viaggio quale candidata ad essere Città europea dello sport nel 2015.
Nel frattempo giunge la certezza della dotazione economica, assicurata da Iren e SPT.
Nella mattina del 7 il ritrovo è all’Esperia: pulizia delle barche, saluti e strette di mano, verifica del carrello, visita del Comune che applica scritte e loghi. Infine il carico delle barche sul carrello, con il quale si sperimenta immediatamente il loro peso. Superiore alle attese.
Per evitare l’incursione di ospiti importuni, il tutto viene riposto nel cortile della Cerea, davanti al quale viene dato appuntamento per l’indomani mattina. All’alba. Il viaggio comincia.

domenica 8 luglio
Il Po e il Ticino

Gli orari sono rispettati: davanti al cancello della Cerea si sistemano gli ultimi preparativi, si esce, con fatica, con il carrello che verrà trainato dal Cherokee di Matteoli. Sistemiamo borse, sacche, sacchi a pelo, materassini, scatole varie nello Scudo e nel Freemont, salutiamo i giovani Federico Minchiante ed Edoardo Daddu che guideranno i mezzi occupandosi delle foto, conosciamo già Giulio Arneodo destinato al Cherokee e carrello che ha con sé il giovane nipote Alessio. Giordano Capitanio e Gherardo Martini sanno di non annoiarsi con coetanei con cui formeranno tutti un gruppo attento, disponibile, vigile.
La squadra dei vogatori ha subito assestamenti per ultime, improvvise defezioni e la tabella preparata per tempo, con cambi lungo il percorso, ormai è definitiva. Alla partenza sono presenti Beppe Marocco, Dario Do, Alessia Denegri, Emanuela Capitanio, Alberto Mittone. Raggiungiamo il punto della strada, intorno a Valenza, che già conoscevamo per l’avventura verso Venezia del 2010.
Incontriamo gli amici Angelo Bosio e Marco, esperti del Po, che si offrono di guidarci tra le acque sempre più inospitali. Perdiamo di vista le auto, come avverrà spesso anche in seguito, ci adagiamo tra le acque del nostro grande fiume, malinconico, solitario, inanimato, dalle rive naturali ed incontrollate, in una decadenza ormai visibile e forse inarrestabile, sempre forte ma relegato nella sua orgogliosa solitudine.
Non si tratta solo di un’impressione, ma appaiono segni tangibili della distanza dal suo passato. Si tratta dei pericoli che incontriamo: tronchi affioranti, secche impreviste, correnti dispotiche che grazie ad Angelo e Marco vengono superate. In qualche occasione, all’altezza di ponti, scendiamo dalla barca e procediamo a piedi sul greto, mentre il motoscafo degli amici traina la nostra imbarcazione. Giungiamo all’incrocio con il Ticino e ci innestiamo, grazie ad una decisa curva a sinistra, nel fiume cugino attraccando ad un porticciolo in linea con il generale declino. Un argano solleva la barca mentre insetti ospitali ma poco salubri ci salutano, la collochiamo sul carrello e procediamo verso Castelletto Ticino.
Le macchine procedono in ordine sparso, si perdono di vista e di traiettoria, una si dirige verso l’obiettivo, un’altra in direzione opposta mentre il carrello non trova ancora il giusto passo. Riusciamo a trovare un albergo, il Blue Hotel che ci ospita per il primo, meritato sonno.

lunedì 9 luglio
Il Lago Maggiore

Dopo un’abbondante colazione ci informiamo sul luogo della possibile messa in acqua che viene individuato in un posteggio auto che declina verso il lago. La barca scorre con pacatezza, senza allarmi, la vista è esaltante tra ville, isolotti, qualche battello di turisti, con la compagnia gradita ma insinuante di un sole insistente. Decidiamo di fermarci ad Intra, anche perché l’indomani è dedicato ad una trasferta via terra. Viene individuato un grazioso campeggio, in cui verranno installate le tende per la notte. Alberto si allontana con il treno per qualche giorno, dopo aver vissuto lo spiacevole episodio della momentanea perdita di portafoglio, denari, carta credito, patente e l’insperato ritrovamento grazie alla lealtà di un ciclista rimasto sconosciuto. Si cena sul lago, si monta il gazebo, in compagnia di una simpatica e nel contempo fastidiosa pioggerella.

martedì 10 luglio
La Svizzera

La trasferta, come previsto, avviene per strada, con il Cherokee in affanno a causa di consumo eccessivo di olio. Giungiamo a Basilea dove ci raggiungono Giuseppe Baima Poma, per tutti e da sempre Ciciu, e Guido Furxhi. Ceniamo e passiamo la notte in un albergo carino e raffinato, l’Hotel Europe. Si approfitta del tramonto per individuare il luogo dell’imbarco del giorno successivo, su indicazione telefonica di Luigi Matteoli, che ci segue costantemente, forte della sua esperienza su queste acque di qualche anno addietro.

mercoledì 11 luglio
Da Basilea a Strasburgo

La barca viene messa in acqua sul Reno, sotto il sole dopo una notte di pioggia battente, con l’emozione per il vero inizio del raid e il timore per i racconti di chi ha attraversato questo fiume, tanto largo quanto trafficato. Vengono superate numerose chiuse, cinque, e si passa in Francia. Non sarà la prima volta che il percorso dell’acqua scavalca nazioni, prendendo atto che la linea geografica dei luoghi ha una sua autonomia rispetto alle decisioni degli Stati di usare la penna sulla carta geografica. Si arriva così a Strasburgo dove si contatta l’amministrazione locale che è disponibile a riceverci.
Si decide per una rappresentanza femminile, così Emanuela ed Alessia si recano dall’Assessore allo sport, con cui si scambiano gagliardetti e pubblicazioni.
La notte viene trascorsa in tenda. Un diluvio notturno costringe un temerario raider, Beppe Marocco, a ricoverarsi nei bagni del campeggio, ingannato dalle stelle che gli erano invece sembrate propense a regalare il bel tempo.

giovedì 12 luglio
Da Strasburgo a Speyer

Nuovo passaggio tra nazioni, e dalla Francia si ripassa in Germania. A Speyer il Sindaco è disponibile a salutarci e quindi, secondo un’equa ripartizione, si recano come nostra rappresentanza alcuni esponenti maschili, Guido, Beppe e Dario.  Il momento si rivela particolarmente favorevole in quanto proprio in quel pomeriggio è presente una delegazione di Ravenna. L’occasione sgela l’atmosfera e noi italiani recuperiamo spirito patriottico cantando l’inno di Mameli, con la compagnia simpatica del Sindaco e della folla presente, riunitasi per la festa cittadina. A Speyer si cena in un ristorante italiano gestito da un turco e si dorme in una società remiera.

venerdì 13 luglio
Da Speyer a Bingen

Il Reno continua il suo tortuoso percorso, popolato da chiatte e chiuse. A Bingen, per la notte, siamo ospitati dalla società canottieri Ruden (800 iscritti a 170 euro annui. Barche di ogni e strano tipo, da 1,2,3,4,5,8). La cena ha luogo in trattoria graziosa, sotto una tettoia ricoperta di tralci d’uva. Si iniziano a scoprire le qualità di Guido, conoscitore di posti e di ristori, il quale ci garantirà la possibilità, nei giorni seguenti, di non rimanere sottoalimentati. Tassa notturna e solito diluvio. Alcuni coniglietti si fanno sentire nella notte procurando un’inconsueta compagnia.

sabato 14 luglio
Da Bingen a Coblenza

Si parte in trepida attesa della curva di Loreley.
Ciciu è al timone, guida con perizia l’equipaggio sotto la pioggia. Superato l’ostacolo, che ha tenuto fede alla tradizione che lo vuole temibile e pauroso, si cerca di attraccare per deglutire un panino che smorzi l’ansia. L’obiettivo appare subito difficoltoso perché mancano attracchi decenti, per cui si ovvia lanciando una corda ad un masso. Il panino sembra un delicato piatto da ristorante stellato. 
Si arriva la sera alla Casa dello Sport, lungo il Reno, ove si uniscono al gruppo Renato Valpreda con Giusi Loforte ed Alberto Mittone in auto e con il treno Franco Mighetto. L’autobus ci conduce al centro della città, signorile ed austera. Superata la piazza centrale che ci saluta con una fontana raffigurante una barca con rematori, ci incuneiamo in un ristorante generoso e capiente, e anche qui si avvia la segreta ed ostinata guerra di Alberto con il pin della carta di credito. Mighetto giunge in soccorso con le sue doti di manager uso alle trasferte di lavoro. Dalle finestre intravediamo una pioggia scrosciante che ci cede il passo per Il rientro in albergo.

 

domenica 15 luglio
Da Coblenza a Colonia

Salutati Beppe e Dario, ci copriamo a dovere per affrontare una pioggia implacabile, un vero diluvio. I prodi compagni a terra hanno individuato un riparo e un bar, il Kraf, con tè caldo che ingurgitiamo a litri. Nel pomeriggio cambiamo formazione in barca e giungiamo a Colonia. Ci ospita una società di canottaggio, reduce da una festa perché si era appena conclusa una loro gara.  
Ci fornisce vari spazi per dormire, per cui alcuni si collocano in stanzoni, altri in stanzette, altri in bagni, altri ancora nello spogliatoio inserendosi tra gli armadietti. Per la cena ci inoltriamo in un ristorante caratteristico della vecchia Germania, individuato da Guido, prodigo con Franco di consigli e traduzioni dal tedesco.

lunedì 16 luglio
Da Colonia a Venlo

Partiti Alessia e Guido, il gruppo dei rematori è ridotto all’osso, e cioè ci troviamo in 5. L’avvio della giornata è animato da un inconveniente. Ricevute il giorno prima le chiavi del cantiere, Alberto le aveva Imbucate come da direttive tedesche la mattina stessa, dopo aver ultimato i preparativi. Non si era però accorto che i remi erano rimasti all’interno del cantiere e proprio il lunedì, si apprese in seguito, era il giorno di chiusura. Il solerte e silenzioso Giulio però ha sollevato tutti dai guai con un ardito sistema di fili di ferro ed ha ripescato le chiavi dalla buca. Dopo una mattinata di voga resa difficoltosa dall’acqua pesante e da direzione controcorrente, abbiamo pranzato da McDonald nella cittadina di Demargue. Dopo alcune telefonate in banca, il problema della carta di credito è stato risolto ancora grazie alla disponibilità linguistica di Franco. Giungiamo nei Paesi Bassi, a Venlo. La pioggia non lascia respiro ad una cittadina carina ed al suo centro storico deserto fin dalle ore 20. Dopo qualche peregrinazione in disarmo riusciamo à cenare da Humpreys e dormiamo in una società di canoisti. La gestione è guidata da una famigliola carina, cortese, moderatamente generosa considerata la tassa richiesta.

martedì 17 luglio
Da Venlo a Maastricht

Verifichiamo le condizioni del fiume e ci rendiamo conto che la corrente è molto forte e dovremo contrastarla risalendo. Decidiamo allora per una pausa turistico – culturale per la mostra Floreade, preannunciata come attrattiva europea sui fiori. Taglieggiati da un biglietto d’ingresso esoso (e poi ci lamentiamo del nostro Paese…), raggiunta l’esposizione dopo un percorso via bus dal posteggio, vaghiamo in un contesto molto diverso dalle attese. Si tratta di un’estensione vasta in cui vari paesi mostrano le loro peculiarità, con l’accompagnamento discreto e subordinato dei fiori. Sarà stata la pioggia e il maltempo, ma la delusione è palese. Cerchiamo appoggio nello stand dell’Italia, raggiunto dopo un discreto girovagare, e lo troviamo misero di soddisfazioni.
Nuovo consulto sui canali, con responso negativo: ancora pioggia, ancora corrente forte, ancora necessità di procedere controcorrente, ancora piena del fiume Mosa. Gli spunti eroici lasciano il passo al buon senso: decidiamo di raggiungere Maastricht in auto. In questa città abbiamo l’appuntamento con Luca, Andrea e Francesca provenienti dall’Italia. Ci ritroviamo in una house boat spartana ed essenziale, dove passiamo la notte accarezzati dalle onde.

mercoledì 18 luglio
Da Maastricht ad Anversa a Brugge

Raggiungiamo Anversa guidati da Franco che la frequenta per lavoro e che ci saluta la sera. La giriamo con attenzione turistica, visitiamo la casa di Rubens, abbagliati soprattutto dalla cattedrale accanto alla quale ceniamo in un grazioso ed accogliente ristorante.
Passiamo la notte in una società di canottieri dall’antico passato essendo sorta nel 1842, seguiti da una simpatica coppia di gestori con cui scambiamo oggetti e maglie. Trascorriamo la notte nell’ampio salone accanto al bar dove giocatori si impegnano in lunghe partite. Anche rumorose.

giovedì 19 luglio
Da Anversa a Ghent

Ci attende una complicata messa in acqua della barca. Mancano pontili e luoghi idonei per cui ci viene in soccorso la fantasia. 
Grazie ai suggerimenti di Ciciu solleviamo l’imbarcazione il più possibile non potendo utilizzare un sentiero verso il fiume che si presenta troppo stretto, ed approfittiamo dell’erba bagnata per far scivolare la barca adagiandola lentamente sull’acqua. Vogano i nuovi arrivati, il vento è forte e la direzione è controcorrente, quando si pone il problema del momentaneo attracco per il pranzo e il cambio di formazione. 
Dopo aver superato una chiusa veniamo avvertiti via telefono che è stato trovato un luogo disagevole ma possibile. La verifica è peggiore delle previsioni: in realtà dominano la melma e le ortiche per cui raggiungiamo la strada per un panino a fatica. Ci consultiamo sul da farsi: taluno propone di tentare di tirar su la barca temendo di non trovare altri luoghi per la sera, altri propendono per proseguire. Prevale la seconda scelta, in barca remano forze fresche e giungiamo veramente provati a Ghent. 
Ma non è finita perché non sappiamo ancora come passare la notte. 
Raggiungiamo un campeggio sotto una pioggia torrenziale e, guardatici negli occhi, decidiamo per l’albergo. Ci ricoveriamo alla periferia, all’Europa Hotel, con posteggio capiente in quanto il problema è sempre quello di non lasciare carrello e barche incustoditi. Rinfrancati, con l’autobus ci dirigiamo nel centro città, che si rivela inaspettato. Ghent è in festa, invasa da circa 3000 giorni e musica. Riusciamo con fatica a trovare un ristorante da dove osserviamo l’euforia locale. Notazione amministrativa: la zona centrale della città, dove massima è la festa, è recintata ed occorre pagare per entrare. 

Venerdì 20 luglio
Da Ghent a Brugge

Forti di qualche indicazione casuale, ci rechiamo presso la società canottieri di Ghent, ordinata ed organizzata, con pontili maestosi, e lì mettiamo la barca in acqua. Nella società, peraltro con i colori della Cerea, ci imbattiamo in un simpatico e disponibile socio, Alex, il quale si prodiga in consigli per indirizzarci a qualche società di Brugge. Telefona, colloquia ed alla fine fornisce indirizzi. È una delle giornate più mirabili del viaggio: la barca solca canali dalla dimensione umana, incrocia talora altre barche, accompagna ciclisti impegnati lungo il ciglio, si imbatte in mucche pascolanti ed attonite, supera chiuse. Il tutto con un alternarsi di pioggia e sole, in un’atmosfera di pace e di silenzio. La barca procede silenziosa in uno spettacolo naturale  impagabile. Del resto quando Ciciu è capovoga, con Renato, Alberto, Emanuela e Francesca al timone, lo spazio della parola è ridotto all’essenziale. Sostiamo dopo una ventina di chilometri e ci ripariamo dalla pioggia inflessibile sotto un tunnel, dove mangiamo qualche biscotto in piedi e al freddo.
Cambia la formazione con Ciciu al timone, e l’arrivo è previsto a Brugge. Un gruppo ha preceduto la barca individuando la società segnalata da Alex, uno spartano e dignitoso club con pontili capaci ed accoglienti. Le macchine vanno incontro alla barca che si sta avvicinando, la si intravede all’orizzonte fendere l’acqua, con ordine e senza affanni, superare pontili e chiuse che si aprono all’occorrenza, in una emozione crescente per lo spettacolo naturale e per l’orgoglio di essere noi, proprio noi, il nostro gruppo proveniente da Torino, dopo tanti kilometri di fiumi ed acqua. Trascorriamo la serata in Brugge, come Ghent per noi di molto superiore ad ogni aspettativa per placida serenità, per tagli di luce, per canali che la intersecano, per controllata vivacità. 
Dopo una cena ristoratrice, riposo sognante con ritrovo l’indomani al Park Hotel nella piazza principale.

sabato 21 luglio
Da Brugge a Calais

Prima di partire ritorniamo nel centro di Brugge, ammirati ed estasiati, nonché fortunati perché ci imbattiamo in una cerimonia di veterani dell’ultima guerra. La banda accompagna con note severe una cerimonia che non consente di dimenticare quanto queste città hanno sofferto, devastate e mutilate dal secondo conflitto mondiale. Prima di riprendere l’acqua nasce spontanea qualche riflessione sulla vicinanza di quegli anni a noi, resa visibile dai volti rugosi e dignitosi dei veterani. 
Partiamo dai canottieri e dal lori capaci pontili nella formazione della mattina del giorno precedente. Proseguono i canali, talora si affacciano ponti poco ospitali, tanto bassi da costringere a coricarsi sulla barca, con il naso a pochi centimetri dalla parte bassa del ponte. Dopo i panini la cambia formazione che si imbatte in un ponte chiuso. Nonostante vari tentativi non si riesce a trovare il modo o la persona che possano aprirlo, forse perché oggi è giorno di festa nazionale. Si pone il problema di come superare l’ostacolo o come tirare la barca a terra. Ancora una volta Ciciu comanda: grazie ai salvagenti appoggiati sull’erba, a corde ed all’energia di tutti la barca viene tirata sulla strada, le facciamo superare: il guard-rail per riappoggiarla a terra e poi issarla sul carrello. Alcuni locali escono dalle case, osservano tra lo stupito e l’ammirato, si uniscono al nostro sforzo e ci salutano con calore. Raggiungiamo Calais, dove un’amica, Clementine, aveva prenotato l’albergo Jacquard, utile per una notte e poco di più. Il carrello viene ricoverato in una società di vela fuori città, dove l’istruttore Jean Claude Lenoir ci accoglie con simpatica disponibilità. Il traghetto ci attende.

domenica 22 luglio e lunedì 23 luglio
Da Calais a Dover, e poi a Greenwich.
La sistemazione.

Di buonora ritiriamo il carrello dalla società di vela, il cui presidente ha manifestato senza riserve la sua generosità. Sbrighiamo le pratiche del traghetto, dopo aver civilmente litigato con un’ottusa casellante che voleva far ripagare per le auto quanto già pagato alla cassa principale. Su indicazione di Vittorio Soave, socio storico della Cerea, abbiamo l’indicazione di una società remiera che potrebbe aiutarci, Cerchiamo la sede con la difficoltà di girare nei sobborghi di una Londra convulsa per il traffico più che per l’attesa delle Olimpiadi. Dopo vari tentativi, resi macchinosi dal carrello carico delle barche, ci imbattiamo in una viuzza, la Crane Street, sede della società. 
Suoniamo al numero civico 11-13, sede della società Globe Rowing Club, e compare una cortese signora, che gestisce il circolo. Meravigliata dalla nostra numerosa presenza e dalle nostre curiose richieste di ospitalità e di solcare il Tamigi proprio in quei giorni, si industria a cercare il titolare per vedere come risolvere i nostri problemi. 
Giunge Peter Smith con signora Marion che non ha esitazioni ad offrire la sede per tutto il periodo al gruppo per dormire e per utilizzare anche la cucina. Non solo: si prodiga in consigli e indicazioni per mettere la barca in acqua, assicurando la sua presenza con un’imbarcazione a motore. Non basta ancora: cercando due stanze di albergo, la signora accompagna gli interessati direttamente al vicino Hotel Clarendon, gestito da altro socio del club.

martedì 24 luglio
Sul Tamigi: la prova generale

Viene effettuato un giro sul Tamigi, in direzione dei docks utilizzando due equipaggi. Le giornate sono dedicate al riordino del materiale, al recupero degli scalmi avendo deciso di mettere in acqua, per la giornata finale, anche la seconda barca.

mercoledì 25 luglio
Sul Tamigi: il finale

È giunto il momento finale ed atteso. Trasciniamo dal cantiere, lungo la spiaggia, le due barche, recuperiamo grazie a Peter i remi mancanti, godiamo dell’intervento di due timonieri, una giovine ed un gioviale signore, vedi caso proprio il direttore dell’albergo. 
Lentamente ci avviciniamo al Tower Bridge, salutati da curiosi o da italiani che si identificano con la bandiera tricolore che abbiamo innestato sulla barca. Passa la polizia, incrociamo chiatte, superiamo navi di vario genere, fedelmente seguiti da Peter sul canotto con Giusi e Federico. Intravediamo il celebre ponte, che si presenta a tutti nel suo splendore, inanellato dai 5 cerchi olimpici. Lo passiamo, emozionati e quasi increduli, rimbalzati nella severa realtà dal fatto che una barca incamera acqua e il cortese timoniere sta inesorabilmente bagnando il suo fondo schiena. 
Ci fermiamo, la svuotiamo, riprendiamo il cammino e giungiamo alle sponde del Globe. Nel ricoverare i mezzi veniamo aiutati da un italiano spontaneo e generoso, Massimo, il quale dopo la fatica fornisce il biglietto da visita della sua vicina pizzeria, presso la quale siamo invitati. La sera riteniamo però rispettoso aderire all’invito di Peter di esser presenti alla loro festa, dove conosciamo il presidente del Globe. 
È il momento di renderci conto, concretamente, che la nostra avventura è terminata e che il gruppo rimasto, nei giorni successivi, si scioglierà. Chi partirà il 26, chi si tratterrà ancora qualche giorno, chi si incaricherà di guidare i mezzi con le barche. 
Tutti diretti a Torino da cui eravamo partiti, fiduciosi e determinati nel realizzare il nostro obiettivo: percorrere l’Europa in barca a remi.